< torna alla pagina Brani letterali sul Viaggio

Elias Canetti - Le voci di Marrakech
tratto da "Le voci di Marrakech - note di un viaggio", Adelphi 2002 (traduzione italiana a cura di Bruno Nacci)
(Gentilmente inviatoci da una nostra amica)

C'è aroma nei suk, e freschezza, e varietà di colori. L'odore, che è sempre piacevole, cambia a poco a poco seconda la natura delle merci. Non esistono nomi, né insegne, e neppure vetrine. Tutto ciò che si vende è in esposizione. Non si sa mai quanto costeranno gli oggetti, né essi hanno infilzati i cartellini dei prezzi, né i prezzi sono fissi.
Tutti gli stanzini e le botteghe - venti o trenta o anche più - nei quali si vendono le stesse cose, sono vicinissimi uno all'altro. Qui c'é un bazar per le spezie e là uno per gli articoli in pelle. I cordai hanno il loro posto e così pure i cestai. Tra i mercanti di tappeti ce ne sono alcuni che stanno sotto grandi volte spaziose; ci si passa davanti come se fosse una città a parte e si viene invitati dentro con grande insistenza. I gioiellieri sono sistemati in un grande cortile, e in molte delle loro strette botteghe si vedono uomini al lavoro. Si trova di tutto, ma sempre in un gran numero di esemplari.
La borsa di cuoio che cerchiamo è esposta in venti botteghe diverse, ma tutte vicinissime una all'altra. Là c'è un uomo accovacciato in mezzo alla sua merce. Ha tutto a portata di mano, lo spazio è minimo. Non ha che da sporgersi un poco per prendere una qualsiasi delle sua borse di cuoio; e solo per gentilezza, se non é molto vecchio, si alza in piedi.
Ma l'uomo nello stanzino accanto, pur essendo il suo aspetto del tutto diverso, sta seduto in mezzo alla stessa merce. Si va avanti così, per cento metri circa su entrambi i lati del passaggio coperto. Gli articoli in pelle di cui dispone questo bazar, che è il più grande e più famoso della città, anzi dell'intero Marocco del Sud, vi vengono offerti per così dire tutti in una volta.

In questa esibizione c'è molto orgoglio. Vi fanno vedere che cosa sono capaci di produrre, ma anche quanto hanno prodotto. È come se le borse stesse fossero consapevoli di rappresentare la ricchezza, e si mettessero in bella mostra agli occhi dei passanti. Non ci stupiremmo se esse, tutte le borse insieme, cominciassero ad un tratto a muoversi ritmicamente, e ci rivelassero, in una pittoresca e orgiastica danza, la grande seduzione di cui sono capaci.
L'impressione di solidarietà tra questi oggetti, che stanno uniti tra loro e ben separati da tutti gli altri oggetti di diverso tipo, si ricrea nel passante, secondo il suo estro, ad ogni giro che compie attraverso i suk. "Oggi vorrei andare per spezie" egli si dice, e un'incredibile mescolanza di odori sale alle sue narici, e già si vede davanti le grandi ceste di pepe rosso. "Oggi avrei voglia di lane colorate" e già queste, dall'alto, pendono giù da tutte le parti in diversi colori, rosso porpora, blu scuro, giallo oro e nero. "Oggi voglio andare per ceste e vedere come si intrecciano".

È sorprendente la dignità che acquistano in tal modo questi oggetti fabbricati dall'uomo. Non tutti sono belli, sempre di più s'intrufola tra loro robaccia di dubbia provenienza, fatta a macchina e importata dalle regioni del Nord. Ma il modo in cui sono presentati è ancora quello di una volta. Accanto alle botteghe dove si vende soltanto, ce ne sono molte altre davanti alle quali si può osservare come gli oggetti vengono fabbricati. Così l'osservatore vede sin dall'inizio come si fanno le cose, e questo lo mette di buon umore. Perché fa parte del nostro desolante modo di vivere moderno l'esser costretti a ricevere in casa ogni cosa bell'e fatta, pronta per l'uso, come uscita da magici e orribili congegni. Qui, invece, è possibile vedere il cordaio intento alacremente al suo lavoro, e appesa accanto a lui la provvista di corde già ultimate. In minuscole botteghe schiere di ragazzini lavorano al tornio, sei o sette alla volta, mentre alcuni giovanotti, con i pezzi di legno che man mano preparano i ragazzini, mettono insieme dei bassi tavolinetti. La lana, di cui ammiriamo i colori luminosi, viene tinta sotto i nostri occhi, e ovunque se ne stanno seduti in circolo dei ragazzini che sferruzzano berretti con graziosi motivi di vari colori.
È una pubblica attività, è un fare che esibisce se stesso insieme all'oggetto finito. In una società che tiene nascosto così tanto di sé, che agli stranieri cela gelosamente l'interno delle sue case, la figura e il volto delle sue donne e perfino i suoi templi, questa intensa ostentazione del produrre e del vendere è doppiamente affascinante.
In verità io volevo imparare a conoscere le regole di quel commercio, ma davanti agli oggetti che vidi mercanteggiare entrando nei suk finii ogni volta col perdere di vista il mio scopo.

Ad una mente ingenua appare incomprensibile perché mai la gente si rivolga ad un certo commerciante di cuoio marocchino, proprio a quello, dal momento che lì accanto ce ne sono altri venti e che la loro merce quasi non si distingue dalla sua. Si può benissimo andare da uno all'altro e poi tornare dal primo. All'inizio nessuno sa mai con certezza in quale bottega farà i suoi acquisti. Persino chi avesse deciso di sceglierne una tra le tante, avrebbe in seguito moltissime occasioni per cambiare idea.

Il passante che cammina all'esterno non trova niente che lo separi dalla merce, né porte né vetrine.
Il mercante, seduto in mezzo alla sua merce, non esibisce il suo nome e, come ho già detto, riesce facilmente ad arrivare dappertutto. Ogni oggetto viene offerto al passante con grande premura. Egli può tenerlo a lungo in mano, può parlarne a lungo, può porre domande, esprimere dubbi e, se ne ha voglia, raccontare la sua storia, la storia della sua gente, la storia del mondo intero, senza comprare nulla. Quell'uomo tra le sue merci è soprattutto questo: è un uomo tranquillo. Sta sempre seduto là. Sembra sempre vicino. Ha poco spazio e poche occasioni per movimenti ampi. Appartiene alle sue merci come esse appartengono a lui. La merce non viene messa via, egli le tiene sempre le mani e gli occhi addosso. Esiste un'intimità, che è seducente, tra il mercante e i suoi oggetti. Li custodisce e li tiene in ordine come se fossero la sua numerosissima famiglia.

Non lo disturba e non lo angustia il fatto di non conoscere con esattezza il loro valore. Perché egli lo tiene segreto e nessuno lo saprà mai. Questo conferisce alla contrattazione una nota appassionante e misteriosa. Solo lui può sapere quanto ci siamo avvicinati al suo segreto, ed è sempre all'erta, pronto a parare ogni colpo con destrezza, così che la distanza che protegge il valore non sia mai messa in pericolo. Per il compratore è una questione d'onore non lasciarsi imbrogliare, anche se l'impresa non è facile, perché egli brancola sempre nel buio. Nei paesi in cui vige la morale del prezzo, e perciò dominano i prezzi fissi, comprare qualcosa non è certo un'arte. Qualsiasi imbecille riesce a trovare le cose di cui ha bisogno, qualsiasi imbecille, purché sappia leggere i numeri, è in grado di non farsi abbindolare.

Nei suk invece il prezzo che viene detto per primo è un enigma inafferrabile. Nessuno lo conosce in anticipo, neppure il commerciante, perché di prezzi ce ne sono moltissimi, a seconda delle circostanze. Ciascuno di essi si riferisce ad una situazione diversa, a un cliente diverso, a un diverso momento della giornata, a un diverso giorno della settimana. Ci sono prezzi per singoli oggetti e altri per due o più articoli insieme. Ci sono prezzi per stranieri che si fermano in città un giorno soltanto, e altri per stranieri che vivono qui già da tre settimane. Ci sono prezzi per i poveri e prezzi per i ricchi, e i più alti sono naturalmente quelli per i poveri. Vien da pensare che ci siano più varietà di prezzi che varietà di uomini nel mondo.
Ma questo è soltanto l'inizio di una faccenda complicata, del cui esito finale nessuno sa nulla. Qualcuno sostiene che bisogna scendere a circa un terzo del prezzo primitivo, ma questa non è altro che una stima grossolana, una di quelle insipide generalizzazioni con cui ce la si sbriga con coloro che non vogliono o non sono capaci di addentrarsi nelle sottigliezze di questa antichissima procedura.

È gradito che il viavai delle trattative duri una piccola, sostanziosa eternità. Il negoziante si rallegra del tempo che ci concediamo per fare i nostri acquisti. Gli argomenti che mirano alla resa dell'interlocutore han da essere tirati per i capelli, ingarbugliati, insistenti ed eccitanti. Si può essere eloquenti o dignitosi, ma meglio le due cose assieme. La dignità serve a dimostrarsi l'un l'altro che non si dà troppa importanza al comprare e al vendere. L'eloquenza serve ad ammorbidire la risolutezza dell'avversario. Ci sono argomenti che suscitano scherno e nient'altro, altri invece che vanno dritti al cuore. Tutto bisogna tentare prima di cedere. Ma anche quando è giunto il momento di cedere, bisogna farlo all'improvviso e di sorpresa, così che l'avversario rimanga sgomento e ci offra l'opportunità di guardarlo dentro. Alcuni disarmano l'interlocutore con arroganza, altri affascinandolo. Ogni trucco è permesso, un cedimento dell'attenzione è inconcepibile.

Nelle botteghe grandi abbastanza da poterci entrare e gironzolare, il venditore ha l'abitudine, prima di cedere, di consultarsi con un'altra persona. Questo altro, che se ne sta sullo sfondo con aria indifferente, come una specie di capo spirituale dei prezzi, compare sì sulla scena, ma non partecipa personalmente alla trattativa. Ci si rivolge a lui solo per consultarlo sulle ultime decisioni. Ed egli può, per così dire, autorizzare fantastiche variazioni del prezzo, anche contro la volontà del venditore. Ma poiché e' lui che lo fa, lui che non ha partecipato alla trattativa, nessuno ci ha rimesso nulla".