< torna alla pagina Brani letterali sul Viaggio

IBN Battuta, XIV Secolo
citato nel romanzo di Luis Sepulveda, Un nome da torero, 1994

Lasciai Tangeri, mia città natale, il 13 giugno 1325 (secondo il calendario cristiano). Avevo ventun anni e giustificai la mia decisione con le ragioni del pellegrino. Così lasciai i miei genitori, i miei fratelli, le mie mogli, i miei figli, i miei amici e i miei beni. Partii con la stessa solenne tranquillità dell'uccello che abbandona il nido. Solo l'Altissimo, il Clemente, il Degno delle novantanove Virtù conosceva la direzione dei venti che mi spingevano

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Durante i miei viaggi che non hanno ancora fine - solo l'Insondabile sa che cosa cerco e se un giorno mi sarà dato di trovarlo -, ho conosciuto tre specie di viaggiatori. Prima ci sono i devoti pellegrini. Che il Generoso vegli su di loro. Poi vengono i sereni commercianti, che seguono le tracce delle carovane. Che il Perfetto abbia cura dei loro beni e li moltiplichi. E infine ci sono coloro che sospirano contemplando il vago orizzonte del mare. Strani uomini senza alcun attaccamento ai beni che Dio dispensa loro. Preferiscono dipendere dalla sua volontà durante le terribili tempeste che godere dell'amorosa ospitalità del bazar. Le loro anime trovano maggiore pace nello spaventoso ruggito del vento che nella pia voce dell'imam quando dall'alto del minareto annuncia l'ora della preghiera. Che il Misericordioso allevi le loro pene e le mie, perché sento che questi sono miei fratelli

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La generosità di Dio ha conservato i miei ricordi e ha ispirato le parole belle e misurate con cui Ibn Giuzayy le trascrive. La vita continua a sembrarmi un grande mistero sublime, ma la volontà dell'Insondabile non ha voluto che mi fermassi se non davanti a una sola delle porte che proteggono i suoi segreti. Fu molti anni addietro, mentre godevo dell'ospitalità e degli omaggi di Muhammad ibn Tughlùq, sultano dell'India. Che il Magnanimo conservi la sua venerazione e umìli i suoi detrattori. Eravamo nella sala delle novantanove colonne del palazzo di Giahànpanàh a osservare il meticoloso lavoro di alcuni artigiani. Gli uomini dovevano rivestire con piccolissime piastrelle l'interno di una cupola. Iniziarono dai lati e, pian piano, le tessere avanzarono verso il centro, incastrandosi a perfezione, fino a lasciare solo il minuscolo spazio necessario per l'ultimo tassello. Allora gli artigiani interruppero il loro lavoro per lodare la perfezione di Dio. E io capii che nessun viaggiatore, per quanto lontano possa giungere, è privo della protezione dell'Altissimo, del suo sguardo che tutto vede e della sua memoria che tutto conserva. Anche i pellegrini che non hanno più fatto ritorno, i commercianti le cui carovane sono state inghiottite dal torrido deserto, i naviganti che hanno smarrito l'orizzonte del mare, tutti coloro che non hanno sepolture bagnate dai pianti straziati delle vedove, sono tessere di un mosaico, creato dalla volontà di Dio, che si sono lasciate portare dalla sua mano infallibile in cerca del luogo adeguato, del posto esatto. Molti avranno trovato la loro simmetrica eternità in terre che a nessun altro uomo sarà concesso visitare, perché così ha disposto il Magnifico. Altri, come me, indegno della perfezione, non hanno trovato il posto giusto, ma un giorno la sua infinita generosità riunirà le parti disperse. Allora il mosaico sarà completo e gli spiriti tormentati godranno dell'ordine del Generoso, del Pietoso, di Colui che è colmo di Misericordia e di Virtù...