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< torna alla pagina Brani letterali sul Viaggio Karl Loewith
- Una visita a Pompei e al Vesuvio Per due giorni visitai Pompei nella luce abbagliante delle calde giornate di settembre. L'azzurro del cielo copriva come una volta il grigio opaco delle lastre di basalto e le facciate in mattoni grigio-rossastri delle sue piccole case. Dietro alle loro mura svettava il nitido profilo di un cono smussato dal colore rosso-bruno. Un lungo filo di fumo bianco e sottile, che dalla punta del cono piegava pigro verso Oriente, mi confermò il fatto che si trattava del Vesuvio. L'interno delle abitazioni di Pompei mostrava la vita di ogni giorno nei suoi aspetti più piacevoli. La conservazione di momenti della loro vita era stata resa completa da quella, crudele, dell'attimo improvviso della loro morte. Nelle teche del museo vi erano circa una dozzina di salme che avevano serbato le loro fattezze giacché, interamente ricoperte dalla pioggia di cenere, si erano decomposte nel corso degli anni mantenendo tuttavia la forma svuotata dei corpi i quali, riportati alla luce, avevano potuto essere nuovamente riempiti ad arte con del gesso. Lo spettacolo di questi uomini sorpresi e bloccati dalla natura negli ultimi gesti della loro vita è straordinariamente avvincente. La fissità dei loro tratti ricorda l'espressione di certe maschere mortuarie. Ma i volti di questi pompeiani sepolti dalla lava non conoscono la calma tranquillità dei defunti. La morte li ha colti nel mezzo della vita non lasciando loro, per così dire, il tempo di morire. Questi uomini, con il loro stupore, furono ciò che realmente mi spinse a fare un'escursione pomeridiana da Pompei al cratere del Vesuvio. Appena varcato il cancello d'uscita degli scavi venni circondato da una dozzina di ragazzi napoletani i quali, in un dialetto comprensibile a stento, mi offrirono ogni genere di servizi. Appena capirono le mie intenzioni due ragazzi un po' più grandi mi si presentarono come "guide autorizzate" per le escursioni al Vesuvio. Per dimostrarmi di essere davvero degli accompagnatori autorizzati, mi fecero vedere, in mezzo a un gran vociare, un'infinità di sudici biglietti da visita appartenuti a persone di ogni parte del mondo che avevano scritto di essersi trovati bene con loro. Non pretendevano un gran compenso. Mi misi in cammino con uno di essi. Viaggiammo per una buona mezz'ora su di un carretto a due ruote il cui timone fu riparato per tre volte, in gran rapidità, prima di giungere alla località in cui il padrone aveva preparato i muli. A metà strada il ragazzo perse il controllo del cavallo e io mi aspettavo, da un momento all'altro, di essere sbalzato fuori dal carretto, ma non avvenne nulla del genere. Facemmo sosta in un'osteria dove bevemmo un paio di bicchieri di vino dolce, dal colore giallo scuro. Si chiamava "Lacrima Christi": la tendenza a santificare è così universale in Italia! Verso le tre del pomeriggio montammo in groppa ai nostri agili muli le cui zampe sottili trotterellavano con sicurezza e rapidità stupefacenti su per un sentiero angusto tra muri irregolari alti come un uomo. Tralci di vite, profumo di mandorli, alberi di fico verde scuro e l'azzurrognolo verde argentato degli ulivi accompagnarono per circa un'ora la nostra salita. Il succedersi dei frutteti in questo paesaggio paradisiaco mi aveva fino ad allora impedito la vista della parte superiore del monte. A un certo punto la vegetazione scomparve all'improvviso e ci ritrovammo ad un valico, ai confini della vita felice che ha luogo sulla terra. Il cono della montagna stava adesso di fronte a noi in tutta la sua ampiezza. La sagoma roso-bruna scorta da lontano si rivelava ora, una volta giunti nei pressi, un terribile deserto di distese laviche, distese su cui la morte aveva cavalcato trionfante non come accade in guerra e nella vita normale, ma seminando lutto con la sua lunga e inarrestabile cavalcata di Gorgone dalla montagna al mare, l'unico elemento che fosse stato in grado di fermarla poiché dotato della stessa dignità della terra. Prima di continuare il cammino facemmo una sosta alla capanna del cosiddetto eremita, l'ultima abitazione lungo alla strada che porta al cratere. Mi voltai indietro e contemplai allora il paese dei Beati: la costa da Castellammare a Sorrento, le isole e Napoli dalle mille luci dove in galleria Umberto, verso sera, la grande Meretrice del mondo prepara le sue splendide notti. Il sentiero, che da quel punto in avanti era fatto soltanto delle impronte lasciate dagli animali, si fece molto ripido e i nostri bravi asinelli presero ad affondare nella cenere. Alla nostra sinistra si poteva vedere il percorso seguito dalla lava durante la grande eruzione del 1794, una gola segnata da balze la cui roccia mostrava i diversi strati di consolidamento della materia incandescente. In silenzio seguitammo a salire attraverso compatte distese di cenere e lava che il tempo aveva ridotto in frammenti irregolari. Né il mare, né la natura selvaggia possono dare un'idea della totale disumanità di questa distesa di lava, poiché nella natura selvaggia regna una vita romantica, il mare possiede un respiro amplissimo e persino i deserti hanno le loro oasi. Qui, invece, domina la rovina irrevocabile, nuda e senza parole che nasce dal nulla nero e cupo di un cratere infernale. L'ultimo tratto di salita dovemmo procedere a piedi, per via della pendenza. Quando il disco rosso di un sole infuocato si gettò nel mare, noi avevamo appena raggiunto il bordo affilato del cratere del 1906. L'inferno di Strindberg è un supplizio piacevole in confronto alle pene dell'inferno di Dante; l'inferno di Dante è tuttavia un purgatorio di fronte all'abisso infernale di questo cratere sublime. Ma dove si può filosofare in modo più radicale che sull'osservatorio del Vesuvio, ai confini della vita, consapevoli della libertà di vivere e morire? Neppure Adamo ha potuto godere di una maggiore libertà nel momento in cui dovette assegnare un nome alle cose del mondo che ancora ne erano prive. E come sembrano infinitamente lontane, da qui, le prospettive ingannevoli della città. Sì, bisognava vivere su montagne spoglie e di fronte al nudo mare per vedere davvero che cos'è qualcosa e chi è realmente qualcuno, laddove in tempi remoti gli ordini religiosi costruivano i loro monasteri e scoprivano le "regole" della vita. A causa dell'oscurità incombente la mia guida premeva perché ci rimettessimo in marcia. Abbracciai ancora una volta con lo sguardo il cerchio infernale dell'oscuro cratere al cui centro si elevava il piccolo cono smussato; dall'apertura, come dal fumaiolo di una mostruosa locomotiva, sgorgava inarrestabile una colonna di vapore. A intervalli irregolari si udivano rimbombi provenire dalla profondità del cratere dalle cui pendici la massa greve e delicata della lava, attraversata da rigagnoli di zolfo, fluiva con lentezza per pietrificarsi progressivamente in ammassi contorti e sinuosi. In mezzo alla colonna di fumo sibilavano rosse pietre infuocate le quali, tuttavia, si allontanavano di poco dalla bocca che le aveva proiettate all'esterno, ricadendo per lo più nell'apertura del cratere. Attraverso sabbia e cenere tornammo ai muli che, in un'ora, ci portarono di nuovo con sicurezza infallibile nella zona dei giardini, dal delizioso profumo, di fronte a Pompei. Due ore dopo sedevo sul balcone della mia stanza aperto dinanzi al mare a Napoli. Verso mezzanotte decisi di fare ancora un giretto per via Roma. Napoli era ancora in pieno movimento, i barbieri erano tutti aperti, il caffè espresso fumava in mille bar, i lustrascarpe, con le loro varie spazzole, bottigliette e stracci, rendevano degne di un salotto anche le scarpe più sozze, due orchestrine jazz mandavano in frantumi i vetri della galleria Umberto e dubbi venditori di giornali sussurravano all'orecchio, nelle tre lingue più conosciute, la frase internazionale: " una bella ragazza?". Quel giorno in Italia fu il più felice della mia vita. Mi sentii, come si era augurata una volta la mia amica Agnes, "venuto al mondo per una seconda volta", libero da ogni considerazione pusillanime rivolta al futuro e al passato, che toglie al presente il suo valore vero e incondizionato.
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