< torna alla pagina Brani letterali sul Viaggio

Matteo Collura - da "In Sicilia"
gentilmente inviatoci da una nostra amica

Capitolo III
Dirò tra un momento dove mi trovo, adesso. Devo prima godere di questa vista, seduto su una calda pietra tufacea protesa su un orizzonte di mare e di cielo quali raramente capita di vederne. Sono nel luogo che Kublai Khan, nell'evocativo estro di Italo Calvino, discutendo con Marco Polo immagina: "Comincerò a chiederti d'una città a scale, esposta a scirocco, su un golfo a mezzaluna...". Disposta a terrazze affacciate su un'insenatura ad ampio arco, tale è Solunto, dove ora mi trovo in attesa di rivedere Palermo. È su questo aereo sito archeologico che bisogna venire se si vuole avere idea di com'era la Sicilia nel l,ontano passato, prima che il maglio di uno smemorato progresso furioso e cieco vi si abbattesse. Selinunte, certo; Taormina, certo; e Segesta, e Agrigento, e Siracusa... sono luoghi celebri dove ostentatamente si è compiaciuta fare epica tappa la storia. Ma è qui che il controverso convivere tra passato e presente traova una sua possibile transazione.
Non è esposta a scirocco, Solunto, o perlomeno non lo è adesso, quando una leggera brezza ne agita le base piante che vi crescono spontanee tra i ruderi, e come acquattate; basse, appunto, per meglio difendersi nei giorni in cui il mare s'ingrossa e il vento se ne inzuppa. Con Palermo e Mozia questa acropoli, di cui rimangono pittoreschi brandelli, fu uno dei tre maggiori centri punici della Sicilia Occidentale.
Che strano destino quello delle città, in posti come questo vien da pensare: in un inesausto alternarsi di nascite e di morti, i loro fondatori si fecero popoli che conquistarono altri popoli e lasciarono tracce come queste, dove ora mi trovo e che rari visitatori attraggono. Tracce, avanzi di edifici sacri o di cubicola e tablinia con residue incrostazioni musive, come indicano le scritte lungo il percorso di visita. Tracce, resti, testimonianze anche qui di dinastie violate, di potenze spodestate da altre potenze, anch'esse a loro volta violentate nel fatale fluire del tempo.(...)

Come stordito dall'espandersi del paesaggio sottostante e dai profumi del mentastro e di altre erbe selvatiche di cui non saprei dire, salgo lungo le pendici di questa strategica altura dove gli antichi letteralmente vivevano affacciati sul Tirreno. E questo mare, questa luminosa costa, lo spettacolare sperone di roccia laggiù, a occidente, idilliacamente chiamato - e questa volta il nome non inganna - Capo Zafferano, con imperio rievocano il mito omerico e tutti i miti di cui, in queste latitudini, nel crescere ci si nutre. Fenici, cartaginesi, romani si sono contesi questa città-terrazza dove ora regna un silenzio che il leggero vento pare amplificare. Sulla vetta, dalla quale il mare sottostante sembra dividersi in due diverse anse, mi accoglie un boschetto di ariosi pini, ronzanti di cicale e generosi d'ombra. Attenuano, questi alberi, l'assolata aridità della collina, comunicano in qualche modo vita, energia, buonumore, al contrario degli eucalipti, gli alberi più diffusi in Sicilia e i più tristi che io conosca.(...)

Mi è automatico associare a questi alberi un'idea di morte. Una morte - come dire? - non pacificata come quella che i cipressi per antica convenzione compiutamente esprimono; una morte rimasta tale, come insepolta e non vendicata. Qui sto riposando sotto un arruffato ombrello di pini, non all'ombra di cupi eucalipti, come quasi sempre accade a chi viaggia in Sicilia. E difatti già ne intravedo, laggiù, alcuni, e so che ne incontrerò molti d'ora in poi, cammin facendo. (...)

Dimorano, gli eucalipti, nella desolata scarpata dove un branco di assassini troncò la vita del giudice Livatino; ed eucalipti ho visto ergersi affranti in un giorno di luce livida tutt'intorno ai resti della miniera di zolfo dove Giuseppe Sciascia si uccise; e queste stesse dolenti piante copiosamente costeggiano la strada che conduce a Portella della Ginestra.(...)

Il misterioso senso di oppressione e di morte che si ravvisa nel paesaggio siciliano, al punto di essere definito "irredimibile", è dovuto anche all'ossessiva presenza di questi allegorici alberi; polverosi, diuturnamente agitati dai venti, pazienti, inermi e condiscendenti custodi di spogli latifondi dove la vita umana è stata e rimane un accumulo di pene e di paure. (...)

Ma eccomi, lasciato il festoso boschetto, di nuovo affacciato su questa terrazza naturale, dove - gli occhi rapiti dai ricami di una baia che sembra far festa alla luce - ogni pensiero sconfortante scompare per lasciar posto a una sorta di euforia, a una rinnovata voglia di proseguire, di vedere e rivedere. E' come se ora andassi incontro a una città dei desideri o a quella che, secondo Calvino, è prescritto si debba visitare confrontandone l'attuale aspetto con quello che le vecchie cartoline mostrano, documentandone la grazia perduta. Mi accingo a raggiungere Palermo come se fosse la duplice, stravolta "Maurilia" delle Città Invisibili.
Tra poco, laggiù dove il sole tramonta, attraverso un leggero velo di vapori, apparirà il sensuale profilo di monte Pellegrino; e quel mare apparirà "cu Palermu nte vrazza", come dice Ignazio Buttitta, il poeta qui nato e vissuto, qual meraviglioso cantore che nella memoria di chi lo ha conosciuto ha il volto, le mani, la voce di questo tratto di costa. E davvero da qui si avverta una promessa di città gentile, accogliente, appagata di essere tenuta in braccio da un così paterno mare, vegliata da un promontorio che sembra emergere per rendere spettacolare questo luogo. Tutt'altra cosa, la città, vista dall'alto della stessa montagna che la protegge; da lassù ne ho un ricordo inquietante, come di massa informe che si espande, si espande, immemore e violenta.

Giungo a Palermo dopo aver vagato lungo un litorale letteralmente ingabbiato da coloro che, costruendovi le case, se ne sono fatti padroni. Da Solunto in avanti non si trova una stradina, un passaggio, una sia pur minima zona franca che porti al mare, su spiagge e scogliere che, prescrive la legge, sono di pubblico demanio, vale a dire di tutti.
Ma eccola, Palermo, come nelle tele dei pittori dell'Ottocento da questo punto di vista appare; il medesimo punto di vista che, approssimandosi alla fine, prima di raggiungere Roma, da dove non sarebbe più tornato, è da immaginare toccò in sorte allo sguardo spossato del principe Tomasi di Lampedusa. Eccole, montagna e città, sorgere da un mare che in certi giorni dell'anno - come questo - ha i toni scuri del cielo, in un annuncio di burrasca sterile che tale rimane da mattina a sera. Eccoli, i campanili, inarrese sentinelle di un Oriente perduto, e le cupole maiolicate, e le occhiaie vuote dei palazzi che un tempo custodirono i rituali sontuosi di potenti schiatte. Ecco il subbuglio di condomini nel quale la città in anni recenti è finita affogata.
Conosco lo strano fascino di questa metropoli. So bene quale ripulsa mi attende allorché vedrò correre, come una lebbra sui muri, il marcio in cui fermenta quello che fu il cuore pulsante di Palermo; già avverto il languido fascino delle palme che in ogni dove gettano in alto i loro rameggi: slanciate, dritte, immobili come prigioniere impazzite negli asfittici cortili e tra ciechi muri di cemento. (...)

Ricordo via Roma nelle ore del mattino: un forsennato andirivieni di impetuose automobili, di motorette smarmittate, di autobus catarrosi, in mezzo ai quali, al fianco di madri senza collo e dalle braccia possenti, impavidamente si facevano strada signorine dal trucco esagerato, gli sguardi saettanti, temerari, prensili.
Li conosco quei marciapiedi che alitano un greve odore di fritto, di muffe di dolciumi rancidi. (...)

Li intravedo da qui, da questa piazza dove dopo tanti anni torno a sostare, in faccia a uno degli spettacoli architettonici più straordinari cui è dato assistere. Non c'è la luna, questa sera, e contro un cielo d'inchiostro, appena appena illuminate, rischiarate da quel tanto di luce che indirettamente da qualche lontana vetrina vi giunge, magnifiche si mostrano le esteriori forme barocche della normanna Martorana, la geometrica eleganza del suo campanile, la rocciosa cappella di San Cataldo con le sue rosse cupolette. Una palma, cresciuta si direbbe in mezzo ai due edifici, accentua il sentore d'Oriente che in questa città aleggia ovunque; quel sentore d'imprecisato lutto, quell'annuncio vagamente tragico di cui ho detto all'inizio di questo viaggio e che gli eucalipti ovunque covano. (...)