![]() |
< torna alla pagina Brani letterali sul Viaggio Matteo Collura
- da "In Sicilia" Capitolo III Come stordito dall'espandersi del paesaggio sottostante e dai profumi del mentastro e di altre erbe selvatiche di cui non saprei dire, salgo lungo le pendici di questa strategica altura dove gli antichi letteralmente vivevano affacciati sul Tirreno. E questo mare, questa luminosa costa, lo spettacolare sperone di roccia laggiù, a occidente, idilliacamente chiamato - e questa volta il nome non inganna - Capo Zafferano, con imperio rievocano il mito omerico e tutti i miti di cui, in queste latitudini, nel crescere ci si nutre. Fenici, cartaginesi, romani si sono contesi questa città-terrazza dove ora regna un silenzio che il leggero vento pare amplificare. Sulla vetta, dalla quale il mare sottostante sembra dividersi in due diverse anse, mi accoglie un boschetto di ariosi pini, ronzanti di cicale e generosi d'ombra. Attenuano, questi alberi, l'assolata aridità della collina, comunicano in qualche modo vita, energia, buonumore, al contrario degli eucalipti, gli alberi più diffusi in Sicilia e i più tristi che io conosca.(...) Mi è automatico associare a questi alberi un'idea di morte. Una morte - come dire? - non pacificata come quella che i cipressi per antica convenzione compiutamente esprimono; una morte rimasta tale, come insepolta e non vendicata. Qui sto riposando sotto un arruffato ombrello di pini, non all'ombra di cupi eucalipti, come quasi sempre accade a chi viaggia in Sicilia. E difatti già ne intravedo, laggiù, alcuni, e so che ne incontrerò molti d'ora in poi, cammin facendo. (...) Dimorano, gli eucalipti, nella desolata scarpata dove un branco di assassini troncò la vita del giudice Livatino; ed eucalipti ho visto ergersi affranti in un giorno di luce livida tutt'intorno ai resti della miniera di zolfo dove Giuseppe Sciascia si uccise; e queste stesse dolenti piante copiosamente costeggiano la strada che conduce a Portella della Ginestra.(...) Il misterioso senso di oppressione e di morte che si ravvisa nel paesaggio siciliano, al punto di essere definito "irredimibile", è dovuto anche all'ossessiva presenza di questi allegorici alberi; polverosi, diuturnamente agitati dai venti, pazienti, inermi e condiscendenti custodi di spogli latifondi dove la vita umana è stata e rimane un accumulo di pene e di paure. (...) Ma eccomi, lasciato il festoso boschetto,
di nuovo affacciato su questa terrazza naturale, dove - gli occhi rapiti
dai ricami di una baia che
sembra far festa alla luce - ogni pensiero sconfortante scompare per
lasciar posto a una sorta di euforia, a una rinnovata voglia di proseguire,
di vedere e rivedere. E' come se ora andassi incontro a una città dei
desideri o a quella che, secondo Calvino, è prescritto si debba
visitare confrontandone l'attuale aspetto con quello che le vecchie cartoline
mostrano, documentandone la grazia perduta. Mi accingo a raggiungere
Palermo come se fosse la duplice, stravolta "Maurilia" delle
Città Invisibili. Ricordo
via Roma nelle ore del mattino: un forsennato andirivieni di impetuose
automobili, di motorette smarmittate, di autobus catarrosi,
in mezzo ai quali, al fianco di madri senza collo e dalle braccia possenti,
impavidamente si facevano strada signorine dal trucco esagerato, gli
sguardi saettanti, temerari, prensili. Li intravedo da qui, da questa piazza dove dopo tanti anni torno a sostare, in faccia a uno degli spettacoli architettonici più straordinari cui è dato assistere. Non c'è la luna, questa sera, e contro un cielo d'inchiostro, appena appena illuminate, rischiarate da quel tanto di luce che indirettamente da qualche lontana vetrina vi giunge, magnifiche si mostrano le esteriori forme barocche della normanna Martorana, la geometrica eleganza del suo campanile, la rocciosa cappella di San Cataldo con le sue rosse cupolette. Una palma, cresciuta si direbbe in mezzo ai due edifici, accentua il sentore d'Oriente che in questa città aleggia ovunque; quel sentore d'imprecisato lutto, quell'annuncio vagamente tragico di cui ho detto all'inizio di questo viaggio e che gli eucalipti ovunque covano. (...)
|