Articolo di Sergio Fadini

Negli ultimi mesi, grazie alle collaborazioni con il Vagabondo, ho avuto l’opportunità di sperimentare e mettere a punto diversi strumenti di facilitazione, combinando tecniche ludiche e strumenti più classici. Esperienze diverse, che hanno ricevuto ottimi feedback da parte dei partecipanti e che si sono affiancate alle metodologie proposte da Angela Masi.

Le carte Dixit per esprimere pensieri ed emozioni

Nell’ambito del progetto Viaggio nel genere ho sperimentato l’utilizzo delle carte Dixit non nella loro consueta dimensione ludica, ma come strumento immaginifico per aiutare i partecipanti a esprimere pensieri, emozioni e punti di vista a partire dagli stimoli proposti. Angela aveva già utilizzato questa tecnica e, in questa occasione, abbiamo dovuto adattarla a un gruppo di oltre 40 partecipanti. Li abbiamo quindi suddivisi in quattro tavoli, ciascuno accompagnato da un facilitatore. È stato uno strumento molto utile e stimolante, soprattutto perché ha reso più semplice dare spazio alla voce di tutti, anche nell’affrontare temi delicati come la discriminazione di genere.

Ketso: uno strumento, tanti modi di utilizzarlo

Stiamo inoltre perfezionando l’utilizzo di Ketso, che è ormai diventato uno strumento immancabile nelle nostre attività partecipate in ambito turistico. Mi piace molto per il suo design ispirato alla forma di un albero, per la semplicità di utilizzo e, soprattutto, per la sua grande versatilità. Ogni volta possiamo infatti utilizzarlo in modo leggermente diverso, adattandolo al tema, agli obiettivi e al target dell’incontro. È uno strumento semplice, affidabile e anche esteticamente gradevole, che permette a tutti di interagire contemporaneamente su una serie di questioni e restituisce rapidamente un quadro visivo immediato delle idee emerse. In questo modo si riducono i tempi e si evita che la discussione venga monopolizzata da pochi partecipanti, lasciando invece spazio a contributi diversi.

Quando la partecipazione diventa un gioco

Nell’ambito del progetto L’arte del narrare territori ho invece ideato una tecnica ludica pensata per permettere la partecipazione attiva di oltre 60 persone, suddivise in dieci gruppi. Un esperimento un po’ folle, ma decisamente ben riuscito! I partecipanti hanno dovuto portare a termine decine di missioni, una dopo l’altra, ciascuna in pochi minuti, per circa due ore di vera e propria full immersion. Attraverso queste attività sono nate delle storie costruite utilizzando fotografie, che successivamente sono diventate i pannelli di una mostra. Probabilmente sarebbe servito più tempo per arrivare a risultati ancora più elaborati, ma, considerando che si trattava di un esperimento, l’esito è andato oltre le più rosee previsioni.

A questo punto manca solo una cosa: trovare un nome a questa tecnica!

Ovviamente conto di replicare e riadattare queste esperienze nei prossimi laboratori e incontri in cui è importante favorire una partecipazione attiva che aiuti a mantenere alta la concentrazione, riduca i tempi morti e gli interventi troppo lunghi e permetta di coinvolgere più persone.

L’obiettivo è fare in modo che i partecipanti non siano semplicemente spettatori, ma parte dell’attività.

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