Da certezza a questione aperta

Per decenni il turismo è stato considerato come una forza puramente positiva: motore di sviluppo, ponte tra culture e generatore di benessere. Ma già dagli anni Ottanta del secolo scorso quella certezza si è incrinata; infatti, la moltiplicazione degli impatti negativi sull’ambiente, sulla coesione delle comunità locali e sulla tenuta economica dei territori più vulnerabili, ha spinto ricercatori e operatori a cercare approcci più complessi e olistici, capaci di fare spazio anche all’etica.

I numeri che cambiano tutto

Nel 2026 la popolazione mondiale ha superato gli 8,3 miliardi di persone e continua a crescere, seppure a ritmo calante, con la maggioranza degli abitanti concentrati in Asia. In potenza si tratta di miliardi di turisti.
E il 2025, stando ai dati Unwto, ha già fissato un nuovo record:
– 8,3 mld abitanti nel mondo nel 2026
– 1,5 mld viaggiatori internazionali nel 2025
– 10.000 mld €contributo economico del turismo

Sono cifre esorbitanti, eppure, i numeri da soli raccontano solo metà della storia (quella più comoda).

Il costo invisibile dei flussi

Dietro quei dati si celano pressioni ambientali enormi, legate prima di tutto ai trasporti e alle attività dei turisti stessi. Le conseguenze più gravi riguardano i territori con la più alta qualità ambientale: sono spesso, paradossalmente, anche i più vulnerabili. Quando i flussi si concentrano in poche settimane stagionali, il rischio è che l’elemento di attrazione diventi l’elemento sacrificato, fino a perdere il proprio valore e la propria identità.

“Il rischio è che ciò che attira i turisti venga consumato proprio dal turismo che lo celebra.”

Crescita o responsabilità?

Da decenni si discute di turismo sostenibile, anche se noi preferiamo parlare di turismo responsabile. Questa distinzione non è solo semantica, perché la sostenibilità rischia di diventare uno slogan, mentre la responsabilità implica una scelta consapevole da parte di tutti gli attori: viaggiatori, operatori e amministratori.

Eppure le autorità turistiche e molti operatori continuano a fare la gara dei numeri (arrivi, presenze, pernottamenti), come se la grandezza del dato fosse sinonimo di successo, senza chiedersi: a quale costo? Per chi? E fino a quando?

Da qualche anno qualcosa sta cambiando e molti amministratori hanno capito che serve pianificare.
La domanda da porsi però è: pianificare verso quale obiettivo?
Che sia trovare l’equilibrio, l’obiettivo giusto? Forse sì. Ma l’equilibrio non si trova una volta per sempre: si negozia ogni giorno, tra interessi economici, diritti delle comunità e limiti della natura.

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