Articolo di Angela Masi

I nomadi digitali sono lavoratori (imprenditori, liberi professionisti o dipendenti) che utilizzano la tecnologia per svolgere la propria attività da remoto, scegliendo di vivere per periodi più o meno lunghi in luoghi diversi dalla propria residenza abituale.

Negli ultimi anni, però, il fenomeno si è evoluto: non riguarda più soltanto giovani freelance solitari, ma sempre più spesso coinvolge intere famiglie. Genitori che lavorano online e che decidono di trasferirsi temporaneamente con i figli, trasformando un’esperienza professionale in un progetto di vita condiviso.

A livello normativo, in Europa non esiste ancora una disciplina unitaria. In Italia è stata introdotta la categoria di “Digital Nomad – Remote Worker” nell’ambito del Testo Unico sull’Immigrazione e, da aprile 2024, è operativo il Digital Nomad Visa per cittadini extra-UE altamente qualificati. Parallelamente, si stanno sviluppando reti e associazioni che osservano e accompagnano questo cambiamento.

Non turisti, ma cittadini temporanei

Dal punto di vista turistico, i nomadi digitali rappresentano una categoria ibrida. Non sono turisti in senso stretto: vivono i luoghi nel quotidiano, abitano quartieri, utilizzano servizi educativi, sanitari e culturali. Il loro impatto si estende oltre le statistiche tradizionali del turismo.

Questa presenza, se ben accompagnata, può generare valore: economico, sociale e culturale. Ma richiede servizi adeguati, connessioni efficienti, reti di supporto e una visione territoriale consapevole.

Venti giorni a Valencia: un esperimento familiare

Abbiamo sperimentato questo stile di vita in prima persona. Per venti giorni io, Giuseppe (ingegnere ambientale) e il nostro piccolo Angelo, di due anni, siamo diventati cittadini temporanei di Valencia.

Non tutto è stato semplice: una connessione non sempre stabile e la difficoltà nel trovare una babysitter hanno limitato il ritmo di lavoro. Avevamo però scelto un periodo meno impegnativo proprio per permetterci maggiore flessibilità.

L’obiettivo era costruire una quotidianità equilibrata: lavoro al mattino, esplorazione lenta nel resto della giornata, momenti di comunità. Valencia si è rivelata una città particolarmente adatta a un’esperienza di questo tipo con un bambino: aree gioco diffuse, grandi parchi, attrazioni come il Bioparco, la Città delle Arti e delle Scienze, il Parco Gulliver, oltre a proposte mirate come il Valencia Family Tour dell’Agenzia TuriArt, con la simpaticissima e preparatissima Tiziana.

Questo ci ha fatto riflettere su un punto: prevedere servizi pensati specificamente per famiglie nomadi digitali (coworking con spazi baby, reti di babysitting affidabili, attività educative temporanee) potrebbe rappresentare un’opportunità strategica per le destinazioni che vogliono intercettare questo segmento.

E l’Italia?

Anche in Italia il fenomeno è in crescita, ma ancora poco strutturato. Alcune destinazioni, soprattutto città di medie dimensioni e borghi con buona qualità della vita e costi sostenibili, potrebbero avere una base promettente.

La vera domanda è: siamo pronti a immaginare politiche territoriali che non si limitino ad attrarre turisti, ma che rendano i nostri luoghi abitabili, connessi e accoglienti per chi sceglie di viverli anche solo per qualche mese?

Le famiglie nomadi digitali non cercano solo bellezza, ma cercano equilibrio, servizi e comunità.
Forse è proprio questa una chiave interessante per ripensare il futuro dei nostri territori.

 
 

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